Fiorello: «In varietà vi dico… »
Marco
Zucchetti
Lo
showman sale in cattedra e racconta la sua carriera. Dall'animatore nei
villaggi, alla radio e poi alla televisione, con uno stesso sogno: far divertire
il pubblico
In completo grigio scuro e con un paio di occhiali dalla montatura spessa,
Rosario sembrava a suo agio nell'Aula Magna dell'Università Cattolica,
particolarmente gremita di studenti. Il
sorriso di sempre, forse un po’ imbarazzato, ma comunque l’aria di chi si
sente a casa sua ovunque ci sia una platea.
Fiorello si è presentato così agli studenti in occasione dell’incontro “Il
varietà, tutto il varietà, nient’altro che il varietà”, cui hanno
partecipato il prof. Aldo Grasso, docente di Storia della radio e della
televisione e critico televisivo, lo scrittore-giornalista Edmondo Berselli,
il prof. Fausto Colombo, docente di Teoria e tecnica dei media, e la
prof.ssa Chiara Giaccardi, docente di Sociologia della comunicazione.
«È la prima volta che metto piede in università», ha scherzato lo showman
catanese. «Nella mia vita non ho mai studiato molto: ho preso solo una lezione
di canto e qualche lezione di inglese e dizione, ma non riuscivo ad imparare. In
compenso fin da bambino quando mi trovavo con altre persone mi scattava qualcosa
dentro…». Il segreto di Fiorello sta qui, nella sua straordinaria capacità
di suscitare la risata, di relazionarsi con la gente e di trasformare anche una
lezione universitaria in un trascinante one-man show.
La
sua strada verso il varietà è partita dal “mondo da favola” dei villaggi
turistici, dove Fiorello ha lavorato per 15 anni come animatore, tra scherzi e
giochi che gli permettevano di coronare il suo sogno di far divertire,
divertendosi. La tappa successiva è stata invece dietro ad un microfono, nella
Radio DeeJay degli anni ’80, tra speaker dalla voce improbabile, innamorati di
musica straniera. Poi il grande passo, quello verso la televisione: un medium
freddo, privo di un immediato feedback da parte del pubblico. «Si deve cercare
la chiave giusta per entrare in sintonia con gli spettatori, anche se in tv è
difficile perché non si vedono.- ha spiegato Fiorello -. È per questo che io
voglio sempre il pubblico in studio, senza applausi registrati. Mi dà la
possibilità di trovare la giusta lunghezza d’onda, anche a costo di sbagliare.»
Dunque il feeling con la platea prima di tutto. E allora perché abbandonare un
programma come il “Karaoke”, che gli aveva fatto acquistare una
straordinaria popolarità - facendo registrare il 25% di share nell’orario dei
Tg - e gli dava l’opportunità di girare le piazze d’Italia tra migliaia di
persone? «Quando una cosa funziona, insegnano, dovrebbe essere fatta per
sempre, perché è come una gallina dalle uova d’oro, con tutta la sua
galassia di soldi e grandi sponsor. - ha risposto Fiorello - Però avevo la
sensazione di essere diventato un cartone animato, con i capelli a coda di
cavallo e le giacche assurde. Stare sul palcoscenico a presentare le canzoni non
era quello che volevo fare.»
Poi otto anni bui, durante i quali non si perde d’animo e coltiva il suo sogno:
rispolverare il varietà divertendo la gente in assoluta libertà, senza
meccanismi e giochi. E riconquistando la genuinità del rapporto con la risata.
Ora, dopo lo spettacolo del sabato sera di cui è stato re incontrastato su
RaiUno, Rosario è sereno e professionalmente soddisfatto. Non si sente un
presentatore e per questo motivo ha rifiutato di condurre San Remo. Ma è
tornato volentieri alla radio, dove conduce “Viva Radio 2”, un programma
già diventato un cult.
Tra
un’imitazione di Ignazio La Russa e un aneddoto sui mostri sacri come Mike
Bongiorno e Maurizio Costanzo, Fiorello ha anche messo da parte la sua vena
istrionica facendo il punto sul varietà televisivo in Italia e lanciando una
frecciatina. «È un periodo difficile, perché il pubblico è “drogato” di
reality: vuole litigi, risse e parolacce. Senza queste premesse un fenomeno come
quello delle Lecciso sarebbe inspiegabile.»
E tra gli applausi degli studenti e i sorrisi degli stessi docenti seduti
accanto a lui, Fiorello ha voluto concludere spronando i ragazzi allo studio:
«Sono invidioso di voi che venite all’università: io non ho mai studiato e
ora questa mancanza si fa sentire.»
Così, ricordando le scenette vestito da gorilla nei villaggi e riproponendo le
sue esilaranti imitazioni, Fiorello è salito in cattedra. Lui, mai stato uno
studente modello; ma talmente brillante da fare una splendida figura anche
dall’altra parte della barricata.