Aldo Grasso
Il suo show è un fenomeno con pochi eguali nella storia della nostra tv. Eppure c’è chi non è contento
Quasi ogni sera, Skyuno (canale 109) ripropone un’antologia dello spettacolo «Fiorello Show». Difficile staccarsene: Fiorello dimostra di aver ormai raggiunto la piena maturità artistica, proprio in un esperimento dove aveva tutto da perdere. Per la natura della pay tv (diversa, è utile ripeterlo, dalla tv generalista), per la difficoltà di coniugare spettacolo teatrale con le esigenze della tv, per la voglia di sperimentarsi in un universo sempre più transmediale. Basta fare un piccolo esperimento: confrontare il florilegio di «Supervarietà» che Raiuno offre tutte le sere con quello di Fiorello per capire che forse ci troviamo di fonte a un fenomeno con pochi eguali nella storia della nostra tv. Eppure c’è chi non è contento. Ho tenuto (per leggerlo e rileggerlo: sbagliarsi nei giudizi è molto facile, mi ripeto sempre) un lungo pezzo di Marianna Rizzini apparso tempo fa sul Foglio. Un duro attacco, una stroncatura, una demolizione del mito Fiorello. Con un accorato appello finale: «Fiorello, per favore, torna a esser Fiorello».
Già, ma quale Fiorello? C’è un Fiorello più Fiorello di quello attuale? A leggere e rileggere il pezzo della Rizzini la colpa principale di Fiorello sarebbe stata quella di aver concesso una intervista a Vanity Fair. Fossi stato Fiorello, a Vanity Fair e a un funzionario Rai l’intervista non l’avrei mai concessa: giusto per non andarmi a infilare nella guerra tra Sky e Mediaset e raccontare ancora una volta il gran rifiuto al Cavaliere («non sapevo che avevo incrinato la sacralità del potere del Cavaliere»). Su questo ha ragione la Rizzini. Fossi Fiorello (magari!) non rilascerei interviste e men che meno mi farei catturare da questi giochini politici. Ma il Fiorello in onda è lì, basta vederlo. Se il suo spettacolo fosse stato recensito nelle cronache teatrali, il paragone sarebbe stato con il Teatro Tenda di Vittorio Gassman o di Gigi Proietti. Quelli i punti di riferimento. Non certo l’universo della sinistra vanitosa.
fonte: www.corriere.it