Aldo Grasso
Sere fa ho accompagnato una giornalista straniera che si occupa di spettacolo a vedere il «Fiorello Show», al Forum di Assago (Milano). Si è divertita, mi ha poi confessato, come non le succedeva da tempo e la sua teoria, non so quanto azzardata, è che in tutt’Europa non c’è un entertainer bravo come Fiorello. Ho cercato di spiegarle che nella storia della tv italiana uno showman così completo (capace di presentare, intrattenere, cantare, imitare, improvvisare, ecc) non è mai esistito, nemmeno ai tempi d’oro. Lei ha insistito e ha allargato il campo al nostro vecchio continente. Nella discussione, che si è protratta a lungo, mi ha messo in crisi con questa affermazione: «La Rai dovrebbe fare ogni anno un programma con Fiorello perché è compito statutario del servizio pubblico offrire ai suoi spettatori l’eccellenza».
Riassumo il suo lungo ragionamento: quando hai un patrimonio come Fiorello lo devi tutelare perché anche le persone meno abbienti hanno diritto di godere del meglio, almeno una volta all’anno. Come insegna la Bbc, il servizio pubblico non può essere la ruota di scorta del sistema televisivo globale, una sorta di assegno di disoccupazione per chi non può permettersi la pay tv. Insieme con la Nazionale di calcio deve pensare anche programmi di impegno (mai nominata la parola «cultura») e a Fiorello. Siccome parlare di Rai è come entrare in un mulino, ci s’infarina sempre (e si finisce poi a riempirsi la bocca con Karl Popper), meglio raccogliere le sue impressioni su Fiorello. Mi ha fatto notare un cosa cui non avevo mai pensato: la prima dote di un entertainer è di essere contagioso. Come appare in scena, il virus della simpatia comincia a trasmettersi per via aerea e diventa travolgente, irresistibile, euforizzante. Senza contagio non c’è spettacolo. E la Rai, ho aggiunto io, è piena di mezzecalzette, che si contagiano fra di loro, in un gioco al ribasso.
fonte: www.corriere.it