Il missile Fiorello
Il calcio. Il militare. I villaggi turistici. La radio e la tv. Il karaoke e Sanremo. Uno show di tre ore. La prossima sfida? La paternità. La marcia trionfale di una star
Con quei baffetti che gli danno un'aria saracena, a
prima vista è leggero, leggerissimo, impalpabile. E invece Rosario Fiorello, in arte Fiorello, per gli amici siciliani
Saro, secondo nome Tindaro, è 87 chili di energia pura. Una radiazione nucleare.
Quasi tre chili persi a ogni spettacolo, perché nelle tre ore del suo show 'Volevo
fare il ballerino', che sta spopolando in giro per l'Italia, il dispendio fisico
è spaventoso: "Non ho tecnica, non ho studiato, non uso il diaframma,
canto di gola, con una fatica bestiale". Mettiamoci la puntata quotidiana del programma cult 'Viva Radio 2', le
convention aziendali che servono anche per sperimentare nuovi personaggi e nuovi
numeri, e si capisce subito che l'ex divo del karaoke, classe 1960, deve avere
un fisico da atleta.
Allora avanti con il monologo, storia vera di Fiorello raccontata da lui
medesimo. "Un fisico da fuoriclasse? Sarà perché da giovanissimo avevo
una carriera nel calcio", scherza. Fino a 15 anni ha giocato ala destra
nella Megarese, la squadra di Megara Hyblaea, un amore per il pallone destinato
a perpetuarsi con il tifo per "la grande Inter" (pronunciando il sacro
nome nerazzurro alza religiosamente il dito), "vista per la prima volta
allo stadio di Catania". Città fatale in ogni senso, dato che a Catania
c'è pure nato. "Ma solo per ragioni ospedaliere: la mamma Rosaria, brava
ragazza di Giardini Naxos, ha avuto qualche difficoltà a farmi nascere, e io qualche seria difficoltà a saltar fuori. Un cesareo da 64 punti, tanto che mia madre, dopo quello strazio, sospirò:
sia chiaro, dopo Rosario, nessuno". E gli fece mettere nel secondo
nome il richiamo alla Madonna dei Tindari, la Madonna nera a cui era devota.
Si sa che fine fanno le promesse. Mamma Rosaria ebbe altri tre figli: Anna, nel
1961, Catena detta Cati (l'eccentrico nome viene da una nonna), nel 1966 e
Giuseppe detto sciaguratamente a suo tempo Fiorellino, e ora Beppe, nel 1969.
Forse non riusciva a resistere al fascino di papà Nicola, appuntato
radiotelegrafista nella Guardia di finanza, "che era nato a Letojanni,
assomigliava a Clark Gable, e morì all'improvviso nel 1990 a una festa".
Allora se ne stavano ad Augusta, aspettando che Rosario raggiungesse lentamente
la quarta al liceo scientifico Principe di Napoli. "Nello show lo dico chiaro, l'unico mio titolo di studio è il
battesimo. Studiare, ma si poteva? Augusta è un'isola, eravamo
circondati dal sole e dal mare, fin da bambini si stava sempre fuori, a giocare
a 'chiappeddi', le pietre al posto delle bocce, in palio le figurine Panini".
Ma poi, come esercizio culturale, è riuscito a incidere una canzone pop sui
versi di 'San Martino' di Carducci, "La nebbia a gl'irti colli
piovigginando sale". E a farsi invitare dal rettore dell'Università
Cattolica, Lorenzo Ornaghi, per un faccia a faccia con 1.500 studenti.
Comunque agli inizi, altro che ballerino. "Volevo davvero fare il
calciatore. Ma gli anni del liceo erano gli anni delle prime radio libere: Radio
Marte, Radiorama, Augusta Centrale. Era il tempo della 'Febbre del sabato
sera'". Tutti travolti da John Travolta? "Roba da poco, gare di disc
jockey ai balli studenteschi. Ma uscivamo da un grandissimo provincialismo,
quando andare al cinema a Catania era un'impresa eroica". L'esordio avviene
come dj al Gran ballo della ragioneria, ma il primo spettacolino vero è al bar,
imitando 'Tutto il calcio minuto per minuto' con le voci di Ciotti, Ameri e
Bortoluzzi. Poi, corrente l'anno 1976, si fa vivo il destino. A Brucoli, sei
chilometri da Augusta, tirano su un villaggio Valtur. Molti ci vanno a lavorare.
E ne escono la sera con gli occhi schizzati: "Voi non potete immaginare! Sono
tutti milanesi! E si vestono con certe stoffe... Nessuno aveva mai visto
un pareo. Anzi, prima di andare militare, nella Caserma Milano a Bari, Car e Car
avanzato, non ero mai uscito dalla Sicilia, Milano era un altro pianeta, e i
milanesi marziani".
A quei tempi i ragazzi li mandavano a lavorare, d'estate: "Andavo a vendere
la lattuga con l'Apecar, facevo il banditore: donne, lattuga fresca! Cinquecento
lire al giorno". Solo che il Valtur era un paradiso off limits. Impossibile
entrare, anche il ristorante era un miraggio. "Allora una sera tagliamo la
rete metallica, entriamo vestiti da turisti, e ci appare davanti la meraviglia:
i suoni, la festa, belle donne, ricchezza, gozzoviglio puro. Ci beccano subito.
Voi che camera avete? 'La Seicentoventicinque!'. La faccia di bronzo non basta.
Sguardo clinico dell'uomo della sicurezza e poi la sentenza: 'Fuori'".
Da quel momento, l'imperativo divenne: lavorare al Valtur. "Anche perché
era un buon lavoro, si facevano i turni, 6 ore e 40, e soprattutto dopo il
lavoro si poteva restare nel villaggio. Seguo la trafila: ufficio di
collocamento, lista d'attesa, assunzione come facchino di cucina. Sa che cos'è
il facchino di cucina? Un paria, uno che è un gradino sotto il lavapiatti. Ma
io cercavo di lavorare bene, come ho sempre fatto, qualunque fosse il
lavoro". In modo da fare una modesta ma sicura carriera: aiuto cuoco, detto
anche 'commis di cucina', poi cameriere, posto molto ambito nella gerarchia del
villaggio, con la fascia rossa in vita che fa il suo effetto.
"Facevo gli show ai tavoli, le imitazioni, e piacevo. Qualcuno chiedeva al
caposala: 'Mi mette dove c'è quello moro?'. Ma soprattutto dal ristorante
vedevo il bar, cioè la vita, la mondanità: e alla fine al bar sono riuscito ad
arrivare". E il bar è la svolta. "Come
no: alzo gli occhi e vedo l'anfiteatro dello spettacolo serale. Faccio i miei
show al banco, con i clienti che si incuriosiscono. Un giorno vedo l'asta del
microfono che mi tenta, mi avvicino, la afferro e
faccio: sssà, sssà; e
parto con 'Moonlight Serenade', inventando tutte le parole".
La gente lo nota, e Fiorello ottiene l'occasione per
qualche piccolo show. Solo che proprio allora, dopo alcuni rinvii per ragioni
scolastiche, arriva la cartolina precetto. Casermette di Bari, "la prima
vera difficoltà della mia vita". E allora? "Mi dico: qui, o mi
diverto o crepo". Erano anni difficili, con le Br che avevano fatto razzie
nelle armerie militari, si faceva la guardia con il colpo in canna nel Garand.
"Eppure ci provo, a divertirmi. Imitavo il colonnello comandante, il
tenente, l'ufficiale di picchetto. Mi mettono nel plotoncino d'onore, con i
galloni da caporale, mi faccio un coso così con le marce e le esercitazioni. E
quando credo di essermi guadagnato una posizione, l'Esercito italiano mi manda a
Sacile".
Vicino a Pordenone, profondo Friuli. "Per un siculo come me era la Siberia,
una Finlandia, muschi, licheni, il grande Nord. Ma era gente meravigliosa, che
voleva un gran bene ai militari, dopo il terremoto di Gemona. Il giorno del congedo m'è venuto da piangere. Nel
frattempo anche lì ho
cominciato a fare spettacolo: cameriere nella mensa sottufficiali, metto su una
band, faccio il presentatore a tutte le feste: Natale, Capodanno, Pasqua, niente
licenze perché per tornare a casa ci vogliono 21 ore di treno, chi li aveva
allora i soldi per l'aereo?".
Quando ritorna al Valtur, il capovillaggio, Enzo
Olivieri, non vuole più assumerlo come cameriere. "Mi dice: vieni a fare
l'animatore, e io arriccio il naso, perché si guadagna poco, e precariamente. Poi però comincio: senza le basi musicali, improvvisando tutto. Al
mattino andavo in spiaggia per farmi conoscere con qualche trovata. Travestito da papa, facevo la benedizione dei cornetti. Così la faccia e
il nome cominciavano a circolare, e la sera la gente veniva all'anfiteatro per
vedermi". È il decollo? "Macché. Olivieri se ne fila in Costa
d'Avorio, e mi chiama con sé. È il primo bivio della mia vita. Mio padre
contrarissimo, la fidanzatina pure. Ma io mi dico, se rimango qui, ci muoio: e
allora mollo la morosa e nel 1983 vado laggiù in Africa, in un villaggio da
parenti poveri del Club Méd. Capo animatore. Discreto successo, con i turisti
che dall'Italia chiedevano di prenotare dove lavoravo io. D'inverno
l'organizzazione mi mandava in montagna, a Marilleva, a Pila, a San Sicario. Una
sofferenza, perché la gente devi andare a cercartela sulle piste. E io ci
andavo: a far vedere a quelli delle settimane bianche un siciliano travestito da
orso".
Nel 1989, quando finisce la stagione a Marilleva,
arriva una svolta ulteriore. "Conosco Bernardo Cherubini, che sarebbe il
fratello di Jovanotti, e che faceva l'istruttore di tiro con l'arco nei
villaggi: 'Andiamo a Milano?', propone. Si va. Lorenzo faceva 'Uno due tre
Jovanotti', stava esplodendo; io, un nessuno: mi hanno preso a fare le voci.
Parlavo in radio parodiando un ascoltatore di Bergamo, molto gutturale. Comunque
Claudio Cecchetto, uno con la vista lunga, mi osserva con l'occhio clinico e mi
fa: 'Ti faccio provare Radio DeeJay'. E qui siamo al secondo bivio".
Erano tempi difficili. Fiorello racconta di essere stato tentato più volte di
tornare indietro. Con la radio di Cecchetto passava tutta musica straniera,
"e io invece facevo 'Amico è' di Dario Baldan Bembo, cose molto popolari.
Ho una specie di buco nella cultura televisiva, una voragine d'ignoranza vera,
perché per un periodo sono stato sempre in giro per il mondo. L'Africa, la
Spagna, Ibiza. Eppure forse per questo ho un mio stile, perché non mi sono
fatto influenzare troppo".
Per fortuna ci fu la valvola di sfogo di DeeJay Television, anche questa di
Cecchetto, una specie di Mtv ante litteram: "Vera fucina di talenti.
C'erano Linus, Amadeus, Albertino, Jovanotti, Pieraccioni, e ho cominciato a
fare un programma con Amadeus, 'Mattinata esagerata', e i primi personaggi, cioè
le parodie di Michele Cucuzza e Bruno Vespa. Mi inventai la macchietta del meccanico della Vespa di
Bruno Vespa. Ma mi sentivo ancora un pesce fuor d'acqua, i vecchi clienti mi
guardavano perplessi: 'Al villaggio eri un'altra cosa', insomma non ero contento.
Oltretutto, nel 1990 Radio DeeJay mi manda al Festival di Sanremo, e mentre sono
lì sulla Riviera squilla il telefono: torna a casa perché papà è morto. È
per questo che Sanremo ancora oggi mi prende la gola".
Qualche volta è il caso a decidere. "Già, all'improvviso la mia vita
prese tutta un'altra piega. Incontrai Marco Baldini, che oggi è il mio alter
ego. Nacque 'Viva Radio DeeJay', che è l'antenato di 'Viva Radio 2'. E Gerry
Scotti, che mi aveva sentito fare il cantautore ermetico Gregorio De Francesco,
mi chiamò al 'Gioco del 9', con Teo Teocoli e Gene Gnocchi. Va tutto benino.
Così vengo preso per il Cantagiro, con Mara Venier e Gino Rivieccio. Di me
scrivono: 'Sta nascendo una stella. Bisogna ucciderla prima che uccida noi'.
Sembrava che gli avessi fatto qualcosa. Finché Fatma Ruffini annuncia: 'Abbiamo
un format olandese, per fare
una cosa giapponese, il karaoke. Sfruttiamo le
bellezze dell'Italia, le piazze, facciamo un programma che non costa niente e
vediamo se da cosa nasce cosa'".
La cosa comincia ad Alba, le puntate d'esordio tutte con inquadrature strette
per non far vedere il deserto intorno al palco. Risultati deludenti, 3 per
cento, massimo 5 per cento. Essere o non essere, chiudere o non chiudere? "Andavamo
alle 20, contro i tiggì. Okay, si chiude, finiamo le puntate già programmate.
Solo che a un tratto l'audience comincia a crescere. Prima insensibilmente.
Ottocentomila, un milione; poi più forte, un milione e mezzo, due milioni, due
milioni e sei. A Pescara, 20 mila persone, senza la sicurezza, senza
organizzazione: distruggono la piazza. A Milano, 100 mila persone in piazza del
Duomo. Centomila anche a Torino. Uno stress tremendo, perché ero ostaggio del
successo, non potevo nemmeno andare al ristorante senza essere assalito da
frotte di aspiranti cantanti; in un cinema mi dovettero portare via altrimenti
nemmeno cominciava il film".
Era il 1992, la prima delle due stagioni del karaoke. "Ma ero insoddisfatto,
perché mi limitavo a far cantare i partecipanti. Era il segreto vero del
karaoke, perché la gente in quel momento, con il trauma quotidiano di
Tangentopoli, preferiva guardare se stessa anziché la politica: e pensava,
davanti alla tv, quello che sa fare lui lo so fare anch'io. Si identificava.
Eppure io non mi limitavo al karaoke. Prima della trasmissione intrattenevo il
pubblico almeno per un'ora. Mi mettevo alla prova. Ma sa com'è la televisione,
quando c'è un successo vogliono spremerlo fino in fondo. Così si fa il Superkaraoke con i
Vip, finisco a Roma con un delirio, il sindaco Francesco Rutelli che canta con
me". Mica male, Rutelli. "Ma intanto incasso la prima sconfitta
autentica. Le prendo da Paolo Bonolis, la mia bestia nera, che con 'I cervelloni',
mi fa un mazzo tanto. Ed evidentemente sconfitta chiama sconfitta: vado a
Sanremo, 1995, con 'Finalmente tu' di Max Pezzali, con in testa la corona del
vincitore annunciato. Sul palco dell'Ariston la voce mi viene fuori un po'
faticosa. Il giorno dopo, un massacro. Scrivono 'carriera finita, un bluff'. Ne
esco con le ossa rotte".
Siamo a un altro bivio: "Capisco che devo lasciare Milano. Tutto andava
troppo veloce. Non parlo delle mie disavventure personali, anche se non ho avuto
nessuna conseguenza giudiziaria, niente: ma a distanza di dieci anni sono ancora
nella lista, non appena c'è una storia di coca c'è qualcuno che mi chiede un
commento". E allora Fiorello va a Roma con Maurizio Costanzo: "Facevo
'La febbre del venerdì sera' e poi 'Buona Domenica' il sassofono gliel'ho
inventato io, dovevamo batterci contro la Venier che era una macchina da
guerra". Di notte, al 'Costanzo Show', "raccontavo cose, fatti, Aldo
Grasso parlò di un Fiorello 'pasoliniano'".
Addirittura. "Ma avevo voglia di lavorare da solo, anche se sapevo che
Costanzo ci sarebbe rimasto male". Figurarsi se il ras ci rimane
bene. "Ma incontro Bibi Ballandi, uno che suggerisce prudenza sussurrando
con il tipico accento romagnolo e la esse molle: 'Ricordati che bisogna volare
basso'. Ballandi si sbilancia, come può sbilanciarsi uno come Ballandi, e mi
dice: 'Se ti metto vicino qualcuno che ti aiuti, che ti consigli, che ti
ripulisca un po', hai le potenzialità per fare il sabato sera su Rai
uno'". Come in effetti sarebbe avvenuto, con le edizioni di 'Stasera pago
io', il programma costruito con Giampiero Solari. "Ma volete capirlo che
io, il ragazzo del Valtur, mi sono trovato a fianco gente come Dustin Hoffman,
Liza Minnelli, John Travolta, Fanny Ardant?".
Successo inarrestabile. Anche se l'evento principale di quegli anni, siamo al
1996, è tutto personale: "Ho incontrato mia moglie, Susanna Biondo, e ho
conosciuto il cambiamento vero. Perché lei era ed è una donna che mi ha
portato in casa la stabilità: con una figlia, Olivia, che adesso ha 13
anni ed è come figlia mia. Abitiamo a Roma, verso il quartiere Fleming, e
aspettiamo la nascita di Angelica, che arriva a luglio". Fa una vita da
impiegato, più che da artista: "Non ho la Ferrari, uso la Panda. Vado al
bar al mattino come tutti, la gente è contenta di vedermi ma senza eccessi. Con
Susanna ci siamo sposati nel 2002, un passaggio ulteriore nel senso della vita
sicura, e quando il lavoro è finito ce ne stiamo in famiglia". Sul lavoro
sono un gruppo, una squadra a metà fra la tribù e la factory: "Con la
radio ho ritrovato Marco Baldini, reduce dalle sue disavventure di gioco. Mia
sorella Catena lavora con l'organizzazione. Il mio manager, Antonio Germinario,
lo avevo conosciuto come cliente di un villaggio turistico dove lavoravo.
Antonio Cifariello è con me da sempre". Gli altri della squadra, con
Baldini, sono Francesco Bozzi, Alberto Dirisio, Riccardo Cassini, Federico
Taddia.
Le manca la televisione, Fiorello? "Non ne sento il bisogno. Con la radio,
tutti i giorni ci inventiamo qualcosa che raggiunge il pubblico. E va anche sui
giornali, perché abbiamo inventiva, leggiamo tutto, seguiamo l'attualità. Io
non faccio proclami politici, perché lo spettacolo è di tutti, e non si
possono dividere le platee fra destra e sinistra. Ma nella vita ho avuto un
bivio dietro l'altro, e so che cosa significa scegliere". E il prossimo
bivio, Rosario? È a Sanremo, per salvare il Festival? "Il prossimo bivio
significa diventare un buon padre".