Casa Fiorello
Una mamma "sprint". Due sorelle e un fratello cui è molto
legato.
«E poi mia moglie e sua figlia, che amo alla follia».
Fiorello è proprio come ve lo immaginate: parole a cascata, baci, canzoni, cambi di voce, imitazioni perfette, fuochi d’artificio, mille discorsi, sorrisi, gioia di vivere e una raffica di spontaneità.
Il suo vero nome è Rosario (Fiorello è il cognome). È nato ad Augusta, in provincia di Siracusa, il 15 maggio 1960. Ha lavorato come muratore, cuoco, impiegato delle pompe funebri. Nel 1994 ha dichiarato di possedere 200 giacche e 15 cappotti (è uno che ci tiene, all’eleganza, e si vede). Aveva il codino, all’epoca. Con i capelli ha fatto e fa di tutto: li imbriglia con il gel, li lascia sciolti, li scompiglia quando fa un personaggio che fa morir dal ridere i bambini, Giovanni Mucciaccia.
La sua carriera inizia come animatore in un villaggio turistico (anni ’80), poi diventa l’iniziatore del karaoke (per la storia, la prima volta fu il 28 settembre 1992, ad Alba), fino a diventare il mattatore da varietà che sa far di tutto. Nei primi anni ’90 ha avuto un periodo di ombra, ora splende con lo show del sabato sera, dal Teatro delle Vittorie.
«La famiglia», dice, «è il segreto della mia vitalità, della mia voglia di vivere. Sono una persona molto fortunata. Ho una splendida famiglia d’origine, una meravigliosa famiglia che mi sono costruito; e poi c’è la Sicilia, un’altra famiglia, e il pubblico che mi segue... anche quello, in un certo senso, è una famiglia».
La sua famiglia d’origine è composta da Beppe, 35 anni, attore (Salvo D’Acquisto in Tv e C’era un cinese in coma, per la regia di Verdone); Catena, 37 anni, scrittrice (Nati senza camicia, edito da Baldini e Castoldi) e titolare di una società che si occupa di eventi televisivi; Anna, che con lo spettacolo non c’entra, ma c’entra con la Sicilia, perché ha aperto un negozio di ceramiche tipiche a Roma. Tutti abitano nella capitale, più o meno nello stesso quartiere.
Tranne la mamma di Fiorello, Sara, che ha "conservato la casa giù", ma che passa lunghissimi periodi con i figli e li "raduna", durante le ferie o a Natale, in un dolcissimo clima di casa. «Una mamma sprint», dice Rosario, «adorabile e supersonica, che con i figli continua a essere all’antica. Sono anni che, oltre a raccomandarmi di mettere la maglia di lana, mi ripete: "Aggiustati quei capelli, Rosario, che sembri uno spaventapasseri"». Una mamma che cucina in maniera eccelsa di tutto, dalle melanzane alle sarde a beccafico («Sa fare in maniera indimenticabile anche il petto di pollo», dice Fiorello, estasiato).
«Moltissimo, sempre. Noi siamo molto uniti. Ho avuto un grandissimo aiuto dai miei. Quando ho cominciato, sono emigrato al Nord. Abitavo a Milano, non ingranavo e mi sentivo un po’ solo. Provavo le difficoltà della grande città, del Nord, di una società un po’ dura, competitiva. Io volevo tenere fuori i miei da questo mondo un po’ fasullo che avevo incontrato... Telefonavo una volta la settimana. "Come va? Tutto bene...". Ma dentro di me sentivo che mi mancava la sincerità, il calore, la generosità della mia famiglia. Anche quando lavoravo nei villaggi turistici, dove tutto era sempre e soltanto paradisiaco, solo vacanze e non la vita vera. Beh, anche in quei momenti li sentivo vicini. E sapevo che avrei potuto contare su di loro, sempre».
Nel camerino, dovunque vada, attaccata allo specchio Rosario tiene la foto di suo padre, Nicola Fiorello, scomparso troppo presto, per un ictus, a 56 anni. «Un tipo alla Clark Gable, baffetti e sguardo intenso, che faceva la guardia di Finanza. Era un uomo divertente e molto brillante, un vero spasso tra i colleghi, per la sua verve, la sua simpatia, le sue battute sempre pronte. Un uomo di spettacolo allo stato puro».
«E poi c’è la famiglia che mi sono fatto io: Susanna, la donna che amo; Olivia, la sua bambina, che ho conosciuto a tre anni, e ora ne ha undici, e che adoro più che se fossi il suo vero papà. Susanna è la donna della mia vita, mi ha dato una stabilità personale, amore, affetto».
«La Sicilia è un’altra famiglia. Quando ci vado, quando stacco con lo spettacolo e me ne torno nella mia regione, nella mia città, io sento emozioni, odori, suoni bellissimi, che non posso dimenticare e che fanno parte del mio modo di essere. Io credo che la mia origine c’entri molto con il mio modo di vivere e con quello che mi hanno insegnato i miei genitori: a essere sempre sé stessi, a non avere lati oscuri, perché se uno ti deve amare deve sapere tutto di te. E a essere sempre "normale", a non darti delle arie perché hai avuto successo. Io non voglio essere una persona che non ti saluta nemmeno per strada perché ad applaudirlo sono in tanti...».
«Come non considerarlo una famiglia? È per il pubblico che mi esibisco e
"mi dò", è per il pubblico, che mi ama e che ringrazio sinceramente,
che faccio questo mestiere».